L'associazione Argentino Italiana Piemonte 'ONLUS' nasce come necessità

17 febbraio 2010

Intervista di Serena Galli (neolaureata in Sc. antropologica dell'Università di Torino) a Norma V. Berti (exPresidente dell'associazione) durante l'esecuzione della tesi di laurea basata sulle caratteristiche della migrazione argentina in Piemonte

1. L’associazione “Argentino Italiana Piemonte ONLUS”

L’associazione “Argentino Italiana Piemonte ONLUS” è nata a Torino nel 1989, in seguito al grande esodo dall’Argentina verso l’Europa e gli Stati Uniti, causato dalla grave crisi economica iniziata nel 1987.

A partire furono allora soprattutto famiglie appartenenti ai ceti medi, le più colpite dalla crisi. Siccome l’Italia non era ancora preparata a livello normativo e sociale alla migrazione, la maggior parte dei migranti sceglieva altri Paesi, mentre in Italia si trasferivano principalmente coloro che avevano la possibilità di ottenere la cittadinanza grazie alle loro origini italiane.

Norma Berti, ex presidente dell’associazione, mi spiega in un’intervista il contesto storico-politico in Argentina e la conseguente migrazione in Italia alla fine degli anni Ottanta:

Nel 1987-88 l’Argentina inizia ad avere dei problemi gravissimi, e iniziano delle grandi crisi economiche e il processo dell’iper-inflazione, dove le cose costavano una cosa al mattino, a mezzogiorno un’altra cosa, e nello stesso giorno il prezzo di una cosa cambiava, e il valore reale dei salari e di tutte queste cose era zero perché normalmente la gente appena aveva i soldi comprava tutto quello che poteva perché l’inflazione era terribile. Le politiche di industrializzazione, di urbanizzazione e di integrazione sociale e nazionale furono sostituite per quella dell’apertura commerciale, la deregulation finanziaria, le privatizzazioni, la flessibilità lavorativa. La captazione dell’eccedente economico e delle rendite naturali passa dalle mani dello stato (cioè della politica) alle mani del mercato finanziario e dei gruppi economici (cioè della non politica). Questo modello conosciuto come la New Economy e basato nel liberismo a oltranza ha trasformato la configurazione socio-economica del Paese creando instabilità e povertà in un primo momento nei settori operai, poi la crisi si è estesa a vasti settori del ceto medio e ha lasciato al margine di qualunque speranza di integrazione economica e sociale le fasce più deboli della società. Questo crea una permanente richiesta di sicurezza da vasti settori sociali minacciati dalla microcriminalità diffusa. Queste miracolose ricette economiche innescarono la miccia di due sommosse popolari prima nel 1989 e poi nel 1991, dove l’immigrazione ha avuto caratteristiche massive e origini economiche. L’economia neoliberale innescò un processo inflazionario incontrollabile e il carovita fece esasperare vasti settori della popolazione che presero all’assalto supermercati e negozi mettendo per la prima volta in luce l’esistenza della fame in Argentina. In più c’era l’elettricità ad orari alterni, il succedersi di tentativi di golpe di stato che faceva affiorare lo spettro della violenza degli anni passati, e molte famiglie, quelle che potevano avere un passaporto o una cittadinanza, prendono la decisione di partire […]. La gente va molto in Spagna, dove sai che noi siamo molti discendenti dalla Spagna o dall’Italia, mentre chi ha molto livello professionale va negli Stati Uniti, e chi aveva la cittadinanza italiana veniva qua. Quest’emigrazione è costituita principalmente da lavoratori, da artigiani, da piccoli commercianti, da classe media e classe medio-bassa, che viene qua soprattutto a lavorare, e normalmente il target medio sono giovani coppie con bambini piccoli, normalmente è una migrazione familiare, l’uomo viene poi porta la moglie e i bambini e così via. Molte sono famiglie abbastanza giovani con un figlio adolescente o molto piccoli, non è una migrazione di vecchi, ma di giovani che possono avere 30-40 anni […]. Se la prima immigrazione dei ricercatori d’avventura oltreoceano e fuoriusciti politici era stata accettata come parte integrante dell’autocoscienza e della mitologia nazionale, una parabole in fondo gratificante riportata dal tango al cinema degli ultimi anni, l’esodo di lavoratori era un’altra cosa, metteva in crisi gli stessi basamenti dell’identità collettiva degli argentini, quell’incrollabile convinzione di essere cittadini del Paese del futuro che il lato reale della crisi aveva smentito, la stessa scura malattia della società della quale l’immigrazione era proprio la conseguenza diretta. In ogni caso gli argentini si integrano abbastanza bene per un know how dell’immigrazione trasmesso dalle generazioni precedenti e dalla stessa cultura nazionale e per il filtro sociale rappresentato dalla distanza che lascia passare gli emigranti dalla classe media e dagli strati superiori dalla classe operaia e cattura i baraccati e i marginali non in grado di pagare il passaggio […]. Normalmente quasi tutti hanno la cittadinanza italiana o la devono avere, e sono gruppi familiari abbastanza consistenti, di fatto a inizio del Novanta c’è un articolo molto inquietante ne “La Stampa”, della Lega Nord, in cui ci chiamano i “vù turnà” come i “vù cumprà”, perché inizia a essere un po’visibile, si inizia a notare quest’emigrazione povera, anche. Ma a differenza delle altre emigrazioni questa è documentata, ha i documenti italiani.

Dall’intervista emergono le caratteristiche dell’ondata migratoria iniziata nel 1989 con la nascita della crisi economica causata dal sistema neoliberale imposto dal presidente Carlos Saúl Menem. Ad emigrare furono famiglie giovani (una media di 30-40 anni) appartenenti alla classe media della società argentina: solitamente si trasferiva prima il marito e in seguito, quando aveva trovato una sistemazione ed un lavoro, portava la moglie e i figli. Fu una migrazione dovuta principalmente a motivi di lavoro, una differenza dall’emigrazione precedente tale da generare una crisi nell’identità collettiva degli argentini, che si videro smentire il mito dell’Argentina come “Paese del futuro”, afferma Norma Berti. L’emigrazione si diresse soprattutto verso la Spagna e l’Italia, perché la maggioranza dei soggetti possedeva la discendenza italiana o spagnola e poteva ottenere la cittadinanza. Coloro che si spostarono verso gli Stati Uniti furono principalmente lavoratori altamente qualificati.

I migranti argentini iniziavano ad essere così visibili nella società italiana da far nascere atteggiamenti discriminanti, sebbene fossero in possesso dei documenti italiani, al contrario dei migranti di altri Paesi. Emblematico fu un articolo della Lega Nord su “La Stampa” nel quale gli argentini venivano denominati “vù turnà”, intendendo la migrazione di ritorno al Paese d’origine degli italiani trasferiti in Argentina.

Già negli anni Sessanta e Settanta si era avviata un’emigrazione verso l’Italia dall’Argentina, ma non era una migrazione di lavoratori, bensì di esuli politici che dovevano fuggire dalla dittatura militare. Fu un’ondata migratoria consistente, in cui scaturì il bisogno di dare vita ad un’associazione di matrice politica a Roma e a Torino, volta al ripristino della democrazia in Argentina. Norma Berti delinea chiaramente le caratteristiche di tale forma di associazionismo:

L’Argentina fino agli anni Settanta era un Paese che accoglieva emigranti, non era un Paese espulsore, e quindi in Italia non c’erano tanti argentini; c’erano argentini di passaggio, oppure per motivi di studio, oppure argentini che erano intellettuali ed erano venuti con la dittatura anteriore. Ad esempio qua c’è un signore che si chiama Carlos Barbé, che è un professore, che era venuto con la dittatura di Ongania negli anni Sessanta, però erano pochissime le persone che erano qua e non hanno avuto sicuramente mai il bisogno di mettersi insieme e fare un’associazione perché erano singole persone […]. Il profilo sociale era quello di una piccola comunità di stranieri residenti, agiata e non lavoratrice, principalmente artisti, intellettuali, religiosi e nordamericani, pochi studenti perché il sistema scolastico e universitario argentino era di buon livello e le università ambite dalle famiglie più facoltose erano quelle inglesi e quelle francesi con l’importante eccezione dell’arte (canto, arti plastiche) in cui l’Italia eccelleva. A partire dall’emigrazione di italiani determinati dalle leggi razziali del fascismo e successivamente dall’influenza di alcune correnti di pensiero come l’idealismo crociano e il marxismo gramsciano, si erano sviluppati i rapporti tra intellettuali argentini e italiani che determinarono il trapianto di piccoli gruppi […]. Negli anni Settanta c’è stato un golpe militare, dove iniziano a venire tanti argentini però diciamo per motivi politici, e nel 1976 viene un gruppo di esuli che devono scappare, perché l’esilio era l’unica via di salvezza, sono esuli che hanno già la cittadinanza italiana o che possiedono un passaporto dell’alto commissariato delle Nazioni Unite. Formano un comitato che si chiama CAFRA ed è un comitato antifascista con la finalità di denunciare l’eccidio che stava perpetrando la dittatura con l’obiettivo di farlo conoscere all’opinione pubblica, trattando di fermarlo e di dare un contributo al ritorno della democrazia in patria […]. Qua a Torino [il gruppo] era molto piccolo, a Roma era grande, man mano che arrivavano poi le persone che dopo due o tre anni cominciavano a uscire dalle carceri [militari argentine], si sommavano a questo comitato che era molto organizzato perché normalmente riceveva anche le madri di Plaza de Mayo, e aveva molti contatti con gli organismi dei diritti umani e con alcune organizzazioni politiche. Ad esempio, qua nei Festival dell’Unità [...] c’erano già gli stand per gli stranieri, c’erano tutti i paesi e CAFRA aveva lo stand dove poteva fare delle denunce, poteva raccogliere delle firme… ed è finito con il ritorno della democrazia, perché era l’obiettivo. Gli esuli avevano una buona organizzazione e dei buoni rapporti, normalmente con il Comune, soprattutto di sinistra, ma a volte neanche, anche qua a Torino con la Regione, avevano una buona esperienza politica e per molti anni questo comitato ha funzionato molto bene. A Torino è sempre stato un po’esiguo perché eravamo pochi che siamo approdati qua ma c’era molta consistenza a Roma […]. Loro denunciavano già i 30.000 scomparsi quando questo non era ancora molto chiaro, si dava molta informazione, si facevano i volantini da dare nelle feste per denunciare questa situazione di sequestri che c’era in Argentina, però era gente molto scaltra, sapeva il fatto suo, sapeva lavorare con le istituzioni, sapeva lavorare coi partiti politici, aveva una buona esperienza, e per molti anni c’è stata questa presenza degli argentini come lo è stata quella dei cileni, che facevano soprattutto denuncia e pressione sui diversi enti per il ritorno alla democrazia: si sensibilizzava l’opinione pubblica su quello che succedeva. Questo è il primo vero gruppo di associazionismo argentino, che se vuoi ha una matrice fortemente politica, sebbene poi era molto ampio e c’erano persone di diverse estrazioni politiche, di diversi partiti, a volte legate ai diritti umani, e che per molti anni hanno preparato concerti e cose così per sensibilizzare al ritorno della democrazia. E nel 1982, quando finisce la dittatura, il CAFRA comincia a sparire perché molta gente esule torna [in Argentina], e anche gli obiettivi che sono contro la dittatura cominciano a non esistere più.

La storia dell’associazionismo cresce di pari passo con la storia politico-economica dell’Argentina, precisa Norma Berti. Se fino al 1983 una migrazione per motivi politici portava alla fondazione di associazioni basate su obiettivi politici, le finalità si modificarono quando nel 1989 iniziarono ad arrivare in Italia i migranti della crisi economico-sociale scoppiata in Argentina.

L’associazione “Argentino Italiana Piemonte ONLUS” nacque in tale contesto di peggioramento economico nel Paese di provenienza. Essa fu progettata dagli esuli politici della migrazione precedente con una buona esperienza politica ed organizzativa, concentrati sin dall’inizio verso l’attuazione di progetti finalizzati alla risoluzione dei problemi economici presenti nella società argentina.

Nei primi anni i fondatori dell’associazione si impegnarono primariamente nella sua organizzazione: scrissero lo Statuto, si stabilirono in una sede propria, e si fecero conoscere dai migranti argentini. L’associazione si consolidò e si diffuse sul territorio torinese nel giro di due anni, soprattutto grazie alle feste e alle grigliate che permettevano alle famiglie di incontrarsi.

L’attività principale è stata quella di prima accoglienza, che consisteva nel dare informazioni sul contesto normativo e culturale italiano, di supportare i migranti nella sistemazione abitativa e occupazionale, di mettere a disposizione i quotidiani italiani e di far arrivare i prodotti dall’Argentina. Prevaleva uno spirito di mutuo soccorso che voleva escludere le definizioni politico-ideologiche (salvo un articolo dello Statuto che precludeva l’ingresso a chi si fosse macchiato di crimini di lesa umanità o avesse collaborato con il regime dittatoriale, punto fermo e simbolico che riattualizzava e ricordava la frattura sociale prodotta dalla dittatura).

La funzione principale dell’associazione è quella di essere un punto di appoggio per quelle famiglie che sono state costrette ad emigrare a causa di avvenimenti esterni e che non sentono l’emigrazione come una scelta privata.

Durante gli anni Novanta rallentò il via vai di persone in associazione, soprattutto intorno al 1995, per un minore bisogno di frequentare gli argentini grazie all’inserimento nella società italiana. Per cinque anni l’associazione fu molto inanimata per la rada partecipazione dei componenti, e senza sede per la mancanza di fondi provenienti dalle quote associative dei soci.

Nel 2001, in seguito a un’ulteriore crisi economica in Argentina, l’associazione ha avuto una nuova spinta, come evidenzia Norma Berti:

Nel 2001 succede che in Argentina c’è il grande collasso del corralito, e questa crisi istituzionale ed economica è molto forte. Dopo dieci anni di governo menemista che governa sotto lo slogan: “Rimpicciolire lo stato per ingrandire la nazione”, e che modifica la Costituzione per inserire la parità fra peso e dollaro, trasferisce al settore privato servizi e aziende statali accompagnati da una deregulation di prezzi e tariffe, e il capitale speculativo circola senza costrizioni e senza regole esigendo liberismo e privilegi fiscali. La misura era inizialmente ben vista perché fermava il flagello inflazionario, ma dopo un decennio scomparvero prima l’industria nazionale e poi i soldi delle banche. L’Argentina dichiara il default e prende i soldi dei risparmiatori che serviranno come coperture per le banche. Di nuovo la gente esce spontaneamente per le strade a gridare: “Que se vayan todos”. Di nuovo si prende la via dell’emigrazione che non si è fermata fino ad oggi con il governo di Kirchner che ha fatto molti passi avanti nel discorso della democratizzazione e gli interessi vecchi e nuovi sono molto potenti, ma fino a che non si cambia il modello d’accumulazione e non si mette al centro del discorso politico la centralità del lavoro come strumento di coesione e integrazione della vita del Paese i nodi di fondo resteranno irrisolti. Comunque, nel 2001 ci sono tutte queste manifestazioni e queste sommosse popolari. E c’è di nuovo un forte sentimento dalle persone qua, e in particolare succede una cosa che ci unisce: Domingo Cavallo, l’ideologo di questa politica, il Ministro dell’Economia che ha creato la politica ultra neoliberale, viene ricevuto in Regione (acclamato in molte delle università del mondo per aver compiuto il miracolo argentino e che fra l’altro negli anni Novanta ha ricevuto un premio da Ciravegna, il Rettore di Economia qua a Torino, la laurea honoris causa). Solo che questa sua politica economica dopo non ha funzionato, ha fatto superare la crisi del 1989, ha seguito la politica neoliberale di Menem, ha fatto tutte le privatizzazioni, ha fermato l’inflazione perché sono stati venduti tutti i gioielli di stato, e poi di questi soldi che erano entrati moltissimi andavano alla borghesia che durante qualche anno ha vissuto molto di rendita per cui gli dava l’assenso. Però ovviamente non si può vivere di rendita sempre, e il 2001 era stato fallimentare. In quegli anni, quasi contemporaneamente alla rovina e al collasso economico argentino, Cavallo era venuto qua e noi ci siamo riuniti un po’spontaneamente perché lui era venuto in Regione con tanto di onorificenza e a noi ci aveva dato un po’di rabbia e ci eravamo riuniti in Regione con tanto di bandiere, e ci siamo un po’trovati e abbiamo detto: “Dobbiamo fare qualcosa per l’Argentina”. Abbiamo ricominciato di nuovo con l’associazione, l’abbiamo riavviata lì.

Da quel momento in poi, le attività svolte dall’associazione hanno avuto prevalentemente il fine di creare un ponte tra l’Italia e l’Argentina, al fine di realizzare progetti specifici volti alla risoluzione di situazioni di emergenza. Il finanziamento di tali progetti veniva ricavato attraverso il guadagno ottenuto dall’organizzazione di feste e di grigliate tipicamente argentine.

Questo tipo di feste ha sempre avuto un potere di convocazione molto forte, attirando circa 600 persone ogni volta, perché oltre alla cena a base di asado[1] ci sono spettacoli di musica, danze e canti popolari argentini.

Tra i progetti più importanti realizzati dall’associazione, Norma Berti ricorda:

Abbiamo fatto in Argentina i progetti con le scuole rurali e moltissimi con la grande crisi, abbiamo mandato soldi ai centri comunitari e alle mense popolari dei quartieri, le mense dei bambini, mancava il latte, c’erano problemi di alimentazione per i bambini con genitori molto poveri che avevano problemi anche per il mangiare; abbiamo mandato i soldi nelle scuole rurali: un progetto molto carino è stato con questa scuola rurale di Córdoba che stava cadendo a pezzi e li abbiamo aiutati per fare una parte di lavori di ristrutturazione, cadeva il tetto e poi c’era stata l’inondazione ed era tutto umido e abbiamo pagato i lavori di restauro per la scuola e abbiamo mandato anche libri e materiale didattico per la scuola elementare e materna.

Inoltre, l’associazione ha contribuito all’acquisto dell’attrezzatura per la tintura di stoffa nell’ambito del progetto “Formazione di giovani operai nell’industria tessile” a La Plata, e ha collaborato per il rifacimento della struttura sanitaria di un centro socio-educativo di Mendoza.

Ultimamente, però, soprattutto a partire dal 2008, sono divenute più pressanti le difficoltà economiche presenti all’interno della comunità[2] argentina in Piemonte. Così, i progetti dell’associazione hanno iniziato a rivolgere la loro attenzione nel luogo d’arrivo degli emigrati, e non più in quello di origine. Un progetto è stato dedicato alla fornitura di libri scolastici ai figli di famiglie economicamente in difficoltà; un altro è stato rivolto alle donne argentine che, se rispondenti a determinati requisiti, avevano diritto a un contributo economico per l’affitto della casa. Ciclicamente, inoltre, vengono svolte attività culturali per promuovere la conoscenza della storia e della tradizione argentina e latino-americana.

Un ruolo importante svolto dall’associazione è quello di rappresentare il mezzo attraverso cui i soggetti hanno accesso ai servizi e alle reti istituzionali italiane: una forma non indifferente di partecipazione politica indiretta.

Marco Caselli, nel suo saggio sulla migrazione peruviana in Italia, sottolinea quanto sia importante il ruolo di mediazione delle associazioni fra le popolazioni migranti e le istituzioni del Paese di arrivo. Esse conoscono i codici e i canali culturali e comunicativi della propria comunità e, tramite l’esperienza che hanno accumulato nei confronti delle istituzioni locali, riescono ad assumere una maggiore visibilità rispetto al singolo soggetto migrante, rendendo possibile una relazione tra le due parti. Integrarsi non significa scomparire all’interno della società italiana, bensì porsi come attori capaci di entrare in relazione con le istituzioni locali, per far “sentire la propria voce” in tutti quei processi decisionali che hanno a che vedere con la propria comunità, in questo caso quella argentina (Caselli, 2009).

Inoltre, Norma Berti precisa che il ruolo di mediazione dell’associazione non è rivolto solo verso gli enti pubblici italiani, ma anche verso le istituzioni diplomatiche argentine in Italia (ad esempio il Consolato argentino a Milano):

L’associazione fin dal 1989 non aveva mai avuto rapporti con l’Ambasciata, invece a partire dal 2001, da quando si è ricostituita, ha avuto un buonissimo rapporto con l’Ambasciata e i Consolati, al punto che ci hanno convocati per fare la Festa del Bicentenario a Milano. La nostra associazione si occupa anche di diritti umani, essendo questa l’impronta iniziale, e abbiamo fatto anche mostre importanti con scrittori argentini, nel Museo della Resistenza, e abbiamo ricevuto anche l’Ambasciatore. Prima non era ancora associazione Argentina e poi all’inizio erano tutti pro-militari e ovviamente non ci andavano in Ambasciata e poi perché sempre c’è sfiducia verso la rappresentanza diplomatica, invece soprattutto dal 2002 c’è stato un avvicinamento e una buona collaborazione con loro e ci chiamano spesso. Una cosa che mi ha detto il Console è che loro si appoggiano alle associazioni più vivaci e più consolidate perché hanno un buon capitale sociale, mentre loro hanno molti problemi con le persone, hanno difficoltà ad avvicinarsi alla comunità argentina, perché dicono che la gente non lascia la mail, non lascia i suoi dati, e veramente hanno tanta difficoltà e ci chiamano come tramite per coinvolgere la comunità, anche per questo Bicentenario della Repubblica che ci sarà anche a Torino e anche a Roma. E loro non sapevano come arrivare alle persone e usano l’associazione per arrivare alla comunità perché loro non hanno questa capacità. E in questo senso abbiamo un punto di forza noi e non i diplomatici. Sono realtà molto burocratizzate che forse non dicono niente alle persone, mentre noi siamo più alla mano e più vicino alla gente.

Un problema particolarmente sentito da parte dei dirigenti dell’ “A.A.I.P. ONLUS” è la conoscenza delle recenti migrazioni argentine, caratterizzate da una gran parte di giovani che vengono in Italia per studiare o per fare un’esperienza diversa, e non sono interessati alla partecipazione nelle associazioni. Norma Berti vuole attivare un progetto che coinvolga queste nuove migrazioni individuali, ad esempio concentrandosi sullo studio della relazione tra i giovani e il mondo del lavoro. Un altro progetto da portare avanti è quello della modifica del sito Internet dell’associazione in modo da renderlo più attuale e al passo con le nuove comunicazioni multimediali utilizzate dai giovani dell’era contemporanea:

Ci siamo trovati con un nuovo problema che è quello che tu vedi adesso: che non ci sono le famiglie con i bambini che erano venute alla fine degli anni Ottanta, noi sappiamo che sono molti i giovani che vengono a studiare, che vanno all’estero, che non cercano contatti con l’associazione, mentre prima la gente cercava e veniva in associazione, ora ci troviamo con questi giovani che non hanno bisogno del giornale perché il giornale lo leggono, che non hanno bisogno di informazione sull’organizzazione perché sono abbastanza tecnologizzati, c’è Internet e sanno ricavare le informazioni da sé, che non sono tanto traumatizzati per la questione della deterritorializzazione - il fatto che sono lontano dal Paese - perché hanno occasione di contattarsi, di vedersi, di parlare e quindi non c’è questo trauma […]. E’che proprio le persone sono diverse, ora i ragazzi sono molto edotti nelle nuove tecnologie, e anche molto soli nel fare esperienza, non sono tanto famiglie, hanno bisogno di ricerca di avventura e non vogliono appoggi. Mentre prima c’era più bisogno di conoscere altre persone e di sentirsi associati. I giovani vanno da soli, a volte vanno da un Paese all’altro e non hanno più questo bisogno a differenza delle persone che sono venute in un altro momento storico, loro sono meno legati al bisogno di fondazione, al bisogno anche di un gruppo e di un appoggio iniziale. I giovani non lo cercano perché sanno tutto, sanno dove andare a chiedere, praticamente […]. Quello che noi vorremmo anche con l’associazione era - siccome noi abbiamo fatto tutto il possibile per diventare ONLUS e abbiamo un patrimonio molto grosso anche di conoscenza a livello istituzionale, noi abbiamo contatti con la Regione, con il Comune, per così dire - era quello di far capire a questi giovani (a parte la validità di lavorare comunque nel mondo associativo [...] che ti permette di aiutare altre persone), che possono fare progetti, cose attraverso l’associazione se sono giovani intelligenti e preparati, costruendo uno spazio anche per loro stessi, e anche approfittare di questo patrimonio di conoscenze e di legami con le istituzioni. E sembra che facciano fatica a focalizzare un’utilità e una voglia di fare cose. Infatti vogliamo fare questo sito nuovo anche per attirare la maggior quantità di persone, poi anche perché attraverso il sito hai Internet che è una cosa assolutamente imprescindibile, perché la gente si mette in contatto, chi cerca lavoro, chi cerca casa, e tu come argentino puoi dargli anche una mano leggendo queste cose nel sito, costruire quasi una lobby, sono tutti tentativi per attirare. Poi noi vorremmo fare un concorso di idee per i giovani legati al mondo del lavoro, vediamo cosa pensano del lavoro, la coscienza di una cooperativa, non lo so. Però quello che vogliamo con i giovani è che loro capiscano che noi sappiamo che il mondo è cambiato, che non può più essere la vecchia associazione, però il mondo ha anche delle invarianti, ci sono delle cose per cui tu devi passare attraverso delle istituzioni, dei luoghi più o meno accreditati e l’associazione può essere un luogo accreditato.

L’interesse per i giovani, inoltre, vuole arrivare ad allargarsi a tutta la popolazione argentina in Piemonte, attraverso lo studio delle dinamiche economiche e sociali che la compongono. Il lavoro delineato nella presente ricerca di tesi rappresenta l’inizio del progetto a lungo termine che l’associazione intende compiere. Lo strumento d’analisi sarà principalmente quello quantitativo del questionario strutturato, già utilizzato in tale ricerca di tesi. Tuttavia, mi sono concentrata anche su un’indagine qualitativa attraverso l’intervista libera in profondità, in quanto l’impronta sulla quale mi baso è prettamente antropologica.


2. Il progetto di ricerca con l’associazione “A.A.I.P. ONLUS”

Il progetto intrapreso in collaborazione con l’associazione “A.A.I.P. ONLUS” è volto ad indagare la condizione degli argentini e italo-argentini presenti in Piemonte, un’emigrazione poco studiata nel nostro Paese, al fine di arrivare a conoscere le trasformazioni avvenute all’interno dei nuovi flussi migratori che si stabiliscono nella regione.

La ricerca è rivolta alla rilevazione e all’analisi dei dati relativi al progetto e all’esperienza migratoria, allo status socio-economico di partenza e di arrivo, alla condizione burocratica, alla situazione famigliare, alla formazione scolastica e professionale, all’inserimento culturale, al livello d’integrazione e di stabilità nella società italiana, e alle reti sociali.

La prima fase della ricerca, che ha coinciso con l’inizio della mia ricerca di tesi, ha preso in considerazione il solo territorio del comune di Torino. Si è ritenuto, infatti, che il campione potesse essere abbastanza rappresentativo, dato che il capoluogo regionale ha una forte presenza di migranti, anche di origine argentina.

Tale studio è stato portato a termine mediante l’utilizzo di un questionario strutturato a risposte chiuse, sottoposto a tutti i soggetti che hanno partecipato alla realizzazione della ricerca. Grazie a questo strumento si è potuta ricavare una serie di dati quantitativi e anagrafici sulla condizione economica e sociale dei migranti argentini e italo-argentini. Lo strumento d’analisi dell’intervista libera in profondità, invece, è stato utilizzato per arrivare a conoscere i dati qualitativi e personali della migrazione e dell’integrazione dei soggetti. Pertanto, esso non è stato sottoposto alla totalità degli intervistati, in quanto richiede un maggiore approfondimento della storia del soggetto.

Inoltre, con l’intervista libera è possibile indagare il rapporto del soggetto con la propria identità, il sentimento di nostalgia o meno verso il proprio luogo d’origine, e quanto abbia influito nella decisione d’emigrare la ricerca delle proprie origini.

Tali argomenti sono stati delineati insieme ad alcuni membri dell’associazione che si ritrovano tutte le settimane nella sede ospitata all’interno della struttura del “VSSP” (Centro di Servizio per il Volontariato, lo Sviluppo e la Solidarietà in Piemonte) in via Toselli 1, a Torino.

Gli associati all’“A.A.I.P. ONLUS” sono circa 140, ma coloro che frequentano settimanalmente la sede dell’associazione sono: Norma Berti, ex presidente dell’associazione, José Luis Minati, tesoriere, Eduardo Manassero, segretario, e Vanesa Mendez, presidente dell’associazione, eletta nel mese di aprile 2009.

L’associazione ha intenzione di servirsi dei dati ottenuti dalla ricerca come un primo risultato su cui basarsi per la programmazione del progetto che vuole estendere la ricerca a tutto il Piemonte. Essi mirano a conoscere le caratteristiche che compongono la loro comunità, per poi agire in quei contesti che si rivelano essere particolarmente problematici, tramite un programma d’intervento socio-assistenziale a favore delle famiglie in difficoltà economica, sociale o culturale, non solo con un sostegno economico per contrastare l’emarginazione, ma anche con l’assistenza nella tutela dei propri diritti e interessi in Italia.

Grazie alla ricerca, con la compilazione del questionario e le interviste, il direttivo dell’associazione ha avuto modo di incontrare alcuni argentini non legati alla rete associativa, soprattutto giovani di seconda generazione e giovani di recente immigrazione, e quindi di far conoscere le attività svolte dall’associazione.

Non sempre, quindi le finalità dell’associazione hanno coinciso con quelle della ricerca scientifica, poiché la pubblicizzazione dell’attività associativa ha il fine di ottenere maggiore visibilità nel territorio torinese. La ricerca scientifica, al contrario, possiede l’obiettivo nel suo stesso svolgimento e si conclude nel momento di arrivo ad un risultato. Per questo motivo può assicurare l’anonimato e la riservatezza alle persone che vi partecipano, garantendo l’utilizzo dei dati ricavati al solo fine dell’indagine in corso.

Tuttavia l’argomento della ricerca, gli strumenti utilizzati nell’analisi e l’elaborazione dei dati da un punto di vista anche antropologico sono stati gli elementi comuni presenti tra gli scopi del progetto dell’associazione con quelli della ricerca universitaria.

La ricerca, suddivisa in due fasi, ha avuto inizio nel mese di gennaio 2009: la prima fase, dal 15 gennaio al 29 febbraio 2009, è stata dedicata alla negoziazione delle finalità del lavoro, alla stesura del progetto insieme ai membri dell’associazione, alla strutturazione del questionario e della griglia dell’intervista, alla lettura del materiale bibliografico riferito alla migrazione argentina in Italia.

Durante questo periodo in cui ci siamo incontrati ogni mercoledì nella sede dell’associazione (compresi alcuni incontri iniziati a novembre 2008), sono entrata in relazione con i membri più attivi del gruppo, ho familiarizzato con il contesto fino a vivere la situazione dall’interno, ho osservato e, come scrive Valentina Porcellana, sono stata oggetto di osservazione (Porcellana, 2007). All’interno del contesto di ricerca, io stessa ho dovuto trovare il giusto posizionamento rispetto ai miei interlocutori privilegiati prima ancora che rispetto all’oggetto della ricerca. Come sostiene Claude Lévi-Strauss: «Dove l’osservatore ha la stessa natura del suo oggetto, l’osservatore stesso è una parte della sua osservazione» (cit. in Rossi, 2003, p. 80).

Il motivo per cui ho deciso di entrare a far parte dell’associazione è stato quello di poter usufruire di un punto di osservazione privilegiato che mi desse la possibilità di comprendere meglio l’organizzazione dell’associazione argentina, le relazioni interne, quelle con il resto della comunità argentina e con la società italiana. “Partecipare” e al tempo stesso “osservare” - segnala Ugo Fabietti - richiedono sia di immergersi in una forma di vita culturale, sia di conservare un distacco sufficiente per poter raccogliere i dati etnografici (Fabietti, Matera, 1997).

Robert Le Vine sottolinea che «Gli etnologi non possono delimitare in modo chiaro i confini tra i compiti professionali da svolgere sul campo, da un lato, e gli altri aspetti connessi all’“essere sul campo”, dall’altro: qualsiasi cosa gli antropologi facciano sul campo - vivere quotidianamente con i propri interlocutori, avere con essi contatti in qualità di “intervistatore”, ospite, amico, dispensatore di farmaci, autista - è, infatti, lavoro di campo» (cit. in Rossi, 2003, p. 80).

Considerata l’impossibilità di scindere gli aspetti professionali del sé dal mio modo di “essere nel mondo”, sono giunta alla conclusione che per poter gestire questa situazione era necessaria una riflessione costante sui contesti comunicativi in cui avvenivano le relazioni interpersonali. Riconoscendo dunque la mia posizione esistenziale e sociale come parte del campo, ho deciso di comportarmi come suggerisce Alessandro Duranti, secondo il quale «gli etnografi non devono diventare dei partecipanti completi, ma devono essere spettatori, o ascoltatori casuali di professione» (cit. in Porcellana, 2007, p. 11).

Ho lavorato, quindi, nella direzione di ciò che Jeanne Favret-Saada chiama una “connessione parziale” e un “posizionamento critico”: una visione consapevole della mia singolarità e “localizzazione”, costruendo, in questo modo, conoscenze situate (cit. in Rossi, 2003, p. 80).

Perciò, ho ritenuto indispensabile modificare il mio ruolo di partecipazione all’interno dell’associazione, passando dalla posizione di osservatore a quella di interprete delle diverse voci che avevo modo di ascoltare. Mi sono avvalsa di tali interpretazioni per costruirmi un background (bagaglio)[3] culturale al fine di focalizzare meglio i rapporti relazionali tra i soci dell’associazione, e come informazioni utili per stabilire il modo di approciarmi con i migranti argentini che ho incontrato durante le interviste.

Infatti, come delinea Sabrina Corrao, è importante osservare e condurre colloqui soprattutto con i cosiddetti “testimoni privilegiati”, cioè persone che per il particolare ruolo che ricoprono possiedono informazioni che possono essere utili per l’indagine che si sta svolgendo (Corrao, 2005).

Ovviamente, spesso è stato molto difficile trovare il giusto contegno del “partecipante marginale” in cui deve prevalere il lato antropologico e non personale dei rapporti che man mano si costruiscono, per riuscire ad osservare e contemporaneamente vivere la situazione.

Ho avuto, però, la fortuna di sentirmi molto vicina culturalmente al modo di pensare e di vedere le cose da parte degli informatori, sicuramente per le origini che ci accomunano - in quanto sono tutti discendenti di nonni o di genitori italiani - e per la forte affinità storico-sociale che lega l’Argentina all’Italia.

Ovviamente, non sono mancati alcuni problemi di comunicazione: l’ostacolo principale è stato la diffidenza iniziale, che è ricomparsa periodicamente durante questi primi mesi. Spesso mi è stato spiegato che quest’atteggiamento è divenuto “tipico” degli argentini per i forti avvenimenti accaduti in Argentina a causa dei presidenti al potere che hanno generato pesanti e cicliche crisi economiche, ma soprattutto per il regime dittatoriale da parte dei militari durato otto anni, che ha cambiato la mentalità della generazione che l’ha vissuta, e ha creato un atteggiamento di sfiducia generale nel modo di affrontare la vita.

Ho dunque cercato di assumere quella “doppia postura critica” che secondo Michel Agier consiste «nel rispondere positivamente alla “domanda sociale” senza confondersi con essa, ovvero evidenziandone comunque gli antecedenti, gli interessi materiali, gli aspetti ideologici. Si tratta, in sostanza, di costruire il proprio oggetto di ricerca partendo dal presupposto che il “punto di vista indigeno” non costituisce una verità ultima, ma un “discorso” che fa parte di un certo “ordine”, che si produce all’interno di una situazione complessa e polifonica, che è immerso nella storia e nel mutevole campo di forze creato da istanze e interpretazioni molteplici e conflittuali» (cit. in Ibidem, p. 130).

Vale anche per la mia esperienza sul campo, quanto scrive Valentina Porcellana, «Quanto detto sinora ribalta anche l’immagine dell’etnologo che scende sul campo, domina la situazione e impone la sua visione del mondo. Spesso, infatti, nonostante le competenze del ricercatore e la sua attitudine al dialogo e all’ascolto, sono i suoi informatori a imporgli un ruolo all’interno della comunità e a concedergli tempi e spazi per l’interazione» (Porcellana, 2007, p. 18).

Dopo essermi inserita nel contesto dell’associazione, ho iniziato ad occuparmi della strutturazione del questionario da sottoporre agli informatori esterni.

Per la stesura della prima bozza ho preso spunto dal lavoro di ricerca dell’équipe coordinata da Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi, uno studio condotto tra il 1990 e il 1992 a Bologna, incentrato sugli argentini emigrati in Italia negli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Questa è stata l’unica ricerca svolta sul tema dell’emigrazione argentina residente in Italia ed, essendo stata pubblicata diciassette anni fa, contiene informazioni utilizzabili al fine di comparare la migrazione degli anni Ottanta e Novanta con quella del periodo attuale. E’una possibilità che permette di sottolineare i cambiamenti avvenuti col trascorrere degli anni, e le similarità che si possono ancora riscontrare nell’immigrazione recente.

Sulla base di questa prima traccia, il questionario è stato modificato e modellato nel corso di una serie di incontri con i componenti dell’associazione. Ho abbozzato inoltre una griglia di domande da utilizzare nel corso delle interviste in profondità, per avere una traccia che mi guidasse durante le conversazioni. Una volta imparato a gestire l’intervista, ho abbandonato la griglia in quanto - come evidenzia Cristina Rossi - tale modo di procedere rischia di comprometterne la “spontaneità”. Il fatto di pianificare, deve andare di pari passo con la salvaguardia del clima di improvvisazione caratteristico di qualsiasi tipo di discussione, per avere la possibilità di poter cogliere anche i fatti, le idee e le rappresentazioni degli interlocutori che non sono contemplate nel progetto di ricerca o nel canovaccio.

Se l’associazione si è dimostrata molto interessata alla costruzione dello strumento-questionario, non ha invece dato rilevanza allo strumento-intervista, ma è stata collaborativa nel mettermi in contatto con alcuni informatori.

In questa prima fase di ricerca, ho iniziato a raccogliere inoltre il materiale bibliografico disponibile sul tema dell’emigrazione argentina in Italia.



[1] L’asado è un piatto argentino realizzato con la carne di manzo cotta alla brace.

[2] Il concetto di comunità, secondo la definizione di Anthony Cohen del 1985, intende riconoscere un insieme di individui che condividono da una parte una comune identità per la presenza di interessi, ideali o tradizioni comuni, e dall’altra il raggiungimento di obiettivi generali o precisi. Inoltre, il termine implica la condivisione di un sistema di significati, al di là del contatto fisico o della vicinanza geografica (Cohen in www.tecnoteca.it). Per tale motivo, si può definire comunità l’insieme dei soci che partecipano all’associazione, e non la totalità dei migranti argentini in Piemonte.

[3] Il background culturale è il retroterra culturale che fa da sfondo alla realizzazione di un fenomeno o di un processo, e che condiziona la formazione psicologica e culturale di un individuo (www.dizionari.it).

 

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